Sommario
INTRODUZIONE
LA COSTA DI MARATEA
- Il territorio
- Geomorfologia e idrografia
- Gli insediamenti
- Le risorse naturalistiche
- La vegetazione
- La fauna
LA VALLE DEL NOCE
- Il territorio
- Geomorfologia e idrografia
- Gli insediamenti
- Le risorse naturalistiche
- La vegetazione
- La fauna
LA VALLE DEL SINNI
- Il territorio
- Geomorfologia e idrografia
- Gli insediamenti
- Le risorse naturalistiche
- La vegetazione
- La fauna
- La Valle del Frido
- La Valle del Sarmento
- La Valle del Serrapotamo
L’ARCHEOLOGIA
Maratea
- Le aree archeologiche
Rivello
- Le aree archeologiche
- Le strutture museali
Latronico
- Le aree archeologiche
- Le strutture museali
Chiaromonte
- Le aree archeologiche
Senise
- Le aree archeologiche
Noepoli
- Le aree archeologiche
Cersosimo
- Le aree archeologiche
- Le strutture museali
Valsinni
- Le aree archeologiche
Nova Siri
- Le aree archeologiche
I CASTELLI
- Castello di Isabella Morra
- Castello di Episcopia
- Castello di Lauria
- Castello di Nova Siri
ENOGASTRONOMIA
- MARATEA E LA VALLE DEL NOCE
- LA VALLE DEL SINNI
ARTE POLLINO
LA RETE INFRASTRUTTURALE LENTA
- Il Sentiero Italia CAI
- Il Sentiero Lucano
- Il Cammino Basiliano
- La Ciclovia Lagonegro-Rotonda
- IL CAMMINO BASILICATA COAST TO COAST
- Le criticità
Breve racconto per immagini
La presente relazione illustra il lavoro svolto sul CAMMINO BASILICATA COAST TO COAST dal CAI LAGONEGRO, Sezione Giuseppe De Lorenzo relativo al contratto sottoscritto con il GAL LA CITTADELLA DEL SAPERE in data 12 giugno 2023 mirato a
- descrivere le caratteristiche del territorio con particolare attenzione ai principali paesi, alla geologia, geomorfologia e idrografia, alle risorse naturalistiche, ai punti di interesse;
- evidenziare gli altri percorsi lenti presenti o potenziali anche in relazione alle regioni limitrofe.
- Elencare le criticità riscontrate durante il rilievo del Cammino Basilicata Coast To Coast.
Il sottotitolo fa riferimento al lavoro dell’archeologo Lorenzo Quilici “DALLO IONIO AL TIRRENO: IL PERCORSO DELLA VIA ITSMICA NELLA VALLE DEL SINNI” che vede in questa valle assi di collegamento portanti fin dall’antichità che segnavano i ad esempio i rapporti tra le città greche di Siris e Pixunte e tra i greci e gli enotri che già avevano importanti insediamenti a Chiaromonte e a Colle dei Greci.
Chiaramente l’ambiente è molto mutato rispetto all’antichità, quando i boschi coprivano interamente questi luoghi e il Fiume Sinni era ricchissimo di acqua e addirittura navigabile fino ad Anglona, ma è senz’altro ricco di fascino e conserva grandi valori paesaggistici, ambientali e culturali.
Il tracciato è ovviamente percorribile in ambo le direzioni, ma la relazione lo racconta procedendo da Ovest verso est, dal Mar Tirreno allo Ionio, da Maratea a Nova Siri.
LA COSTA DI MARATEA
Il territorio
Maratea è l’unico comune tirrenico della Basilicata, con trentadue chilometri di costa, 16 in linea d’aria, incuneato tra la Campania e la Calabria ed affacciato sul Golfo di Policastro. Qui l’Appennino Meridionale è proprio a ridosso del mare con tre monti, La Serra, Timpa del Tuono e Monte Crivo, che superano i 1000 metri, ed il Monte Coccovello a raggiungere i 1500 metri. Nel settore centrale dei suoi 67 chilometri quadrati di territorio si apre la Valle di Maratea, di origine tettonica, ed a sud la Piana di Castrocucco, alla foce del Fiume Noce. È dunque in questo contesto che l’alternarsi serrato di multiformi ambienti marini e montani di grande valenza naturalistica, vissuti dall’uomo nel corso dei millenni crea e propone paesaggi tra i più belli d’Italia.
Geomorfologia e idrografia
I ripidi versanti caratterizzati da rocce calcaree e dolomitiche sono dissecati da corte e profonde incisioni torrentizie e a tratti precipitano direttamente in mare a disegnare una linea di costa mediamente frastagliata in cui si incastonano decine di piccole spiagge dette di fondo cala, generalmente ghiaiose. Oltre al Fiume Noce che ne segna il confine con il comune di Tortora e la regione Calabria, l’unico corso d’acqua perenne è il Torrente Fiumicello, che scorre nella Valle ed è alimentato da numerose sorgenti.
Gli insediamenti
La struttura abitativa è organizzata in piccoli villaggi sparsi, ben delineati, di cui sei a ridosso della costa, Acquafredda, Cersuta, Fiumicello, Porto, Marina e Castrocucco, e due nell’entroterra, Massa e Brefaro. Il capoluogo Maratea è collocato a quota 300 circa, esattamente nella zona mediana del territorio comunale, sul bordo meridionale della Valle di Maratea; ha la conformazione di un tipico borgo medievale, abbarbicato alla base del versante settentrionale del Monte San Biagio ed incorniciata dal fitto Bosco dei Carpini.
Le risorse naturalistiche
L’intero tratto costiero fu inserito nella legge quadro sulle Aree Protette (L. 394/91) ed è tra le Area Marine Protette di prossima istituzione; è inoltre interessato da 4 Zone Speciali di Conservazione, di cui 3 si estendono per vaste aree in mare introdotti per tutelare importanti habitat si cui diversi prioritari.
La vegetazione
La variabilità geologica e geomorfologica e la presenza di rilievi montuosi oltre i mille metri a ridosso della linea di costa determinano una elevata variazione climatica e vegetazionale. Il clima è di tipo mediterraneo con aridità estiva, le precipitazioni medie annue sono 1250 mm e la temperatura media 14,77 °C. Nella macchia mediterranea sono presenti l’olivastro, il mirto, l’olivo, il carrubo, il leccio, il lentisco, l’erica, il ginepro fenicio, il terebinto e la salsapariglia. In giugno il paesaggio si colora del giallo della ginestra. I boschi dell’interno vedono predominare, insieme ai lecci, i cerri, la roverella, il farnetto, il carpino nero, l’acero di Ungheria e l’ontano napoletano; più raro è il faggio. Sugli scogli vegeta il finocchio marino e il limonio salernitano e sulle spiagge alcuni esemplari del giallo papavero delle sabbie. Più in alto sono presenti il fiordaliso delle scogliere, il garofano rupicolo, la cineraria marittima e la campanula napoletana che colora di azzurro le rocce anche a quote più alte; a Valle d’Acqua e sulle Falesie di Acquafredda si trova la rara Primula Palinuri, endemica dei litorali tirrenici meridionali. Molto estese sono le garighe a “tagliamani” (Ampelodesmus mauritanicus) e ben rappresentati sono gli euforbieti.
La fauna
La Costa di Maratea riveste particolare interesse anche per numerose specie avifaunistiche. È infatti un’importante area di sosta per gli uccelli migratori; sono inoltre presenti numerose specie di rapaci notturni stanziali quali il barbagianni la civetta e di migratori nidificanti come il gufo comune. In molte aree nidificano specie migratorie tra cui il rondone, il colombaccio e il merlo. Negli ecosistemi forestali vivono numerose specie insettivore tra cui il picchio verde e il picchio rosso maggior. Tra le specie marine è importante la Sterna sandvicensis. Nella ZSC collinare-montano di Monte Coccovello sono segnalati tra gli altri il gufo reale, il biancone e il succiacapre. I rapaci più comuni da vedere sono la poiana e il gheppio. Grande significato ha la presenza di numerose specie prioritarie tra cui il nibbio reale, il lanario, il martin pescatore e il falco pellegrino. I mammiferi sono naturalmente un altro gruppo importante. È abbastanza frequente vedere volpi, donnole, faine, anche in prossimità delle zone abitate. Accertato è anche l’avvistamento del lupo; molto numerosi e problematici sono i cinghiali. Presenti, ma più difficili da osservare sono il tasso, l’istrice, il gatto selvatico. Molto impattante è lo scoiattolo variabile (Callosciurus finlaysonii), specie aliena. Tra i rettili una nota particolare merita il “drago di Santoianni” (Podarcis sicula paluae) una lucertola azzurro-bruna, che vive esclusivamente nella zona centrale dell’isolotto.
LA VALLE DEL NOCE
Il territorio
La Valle del Noce è delimitata a N-NE dal Massiccio del Sirino (m 2005), Serra Rotonda (m 1205) e Monte Messina (m 1025); a S-SE sono il Monte Coccovello (m 1512) ed i monti di Trecchina, con la Serra Pollino (m 1099) ed il Monte Maiorino (m 1003). La zona centrale ha forma di losanga irregolare. Il tratto terminale, dal Torrente Serriaturo al mare, ricade nel comune di Maratea. È un territorio di gran pregio, ricco di boschi, di sorgenti e di corsi d’acqua. Le principali emergenze ambientali sono sottoposte a tutela e ricadono nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano (pendici del Monte Sirino e Lago Sirino) e nella Rete Natura 2000 Zone Speciali di Conservazione del Mangarrone, del Coccovello e della Valle del Noce. Nel Pleistocene la Valle era occupata da un vasto lago di cui restano diverse testimonianze geologiche tra cui l’ampia superficie terrazzata di Trecchina. I centri abitati più importanti sono Lauria, Lagonegro, Nemoli, Rivello e Trecchina, tutti capoluogo di comune.
Geomorfologia e idrografia
La morfologia è caratterizzata da un paesaggio montano nel tratto superiore e, nella parte centrale e terminale, da una morfologia collinare e pianeggiante, fatta eccezione il tratto terminale oltre Parrutta. La situazione geologica del bacino è decisamente complessa, con diffusione prevalente di litotipi argillitici; nella parte centrale sono presenti calcari dolomie e brecce e quindi sabbie prevalentemente quarzose oltre a numerosi piccoli affioramenti di altre diverse litologie.
Il fiume Noce, da cui prende il nome, nasce dalle sorgenti di Murge del Principe, a 1398 m di quota, a nord del Massiccio del Sirino. È lungo circa 45 chilometri e nell’ultimo tratto segna il confine amministrativo tra la Basilicata e la Calabria. Prima di sfociare nel Tirreno, il fiume scorre in un letto piuttosto stretto, a tratti inforrato, come nei pressi di Rivello. Il suo regime idrologico è caratterizzato da una grande varietà delle portate dovuta, fra l’altro, alle rilevanti pendenze della rete idrografica e alla modesta ampiezza del bacino; nell’ambito dell’impluvio complessivo si riscontano vari sottobacini di una certa importanza aventi forme e caratteristiche diverse, definiti dagli affluenti del corso principale. Con andamento prevalente verso sud, presenta un corso incassato e attraversa colline caratterizzate in prevalenza da boschi di sclerofille e macchia mediterranea, allargando poi notevolmente il suo fondovalle nel tratto terminale dopo aver intercettato le acque di svariati affluenti tra i quali i torrenti Bitonto, Sonante, Prodino Grande, Serieturo, Carroso e Torbido.
Gli insediamenti
Sono cinque i capoluoghi di comune che costeggiano il settore mediano e più ampio della Valle del Noce: Lauria, Lagonegro, Nemoli, Rivello e Trecchina. La loro origine è certamente da collocare nell’alto medioevo anche se gli scavi archeologici hanno ampiamente dimostrato la presenza nell’area di insediamenti enotri e lucani, primo su tutti quello di Serra la Città a Rivello. La mostra archeologica permanente dal titolo “Greci e indigeni tra Noce e Lao” propone elementi tangibili e di grande valore per illustrare come, a partire dall’età arcaica, si siano impostati e sviluppati nel Lagonegrese i rapporti commerciali e culturali tra i Greci (intesi in senso proprio, oppure come abitanti delle colonie greche sulla costa) e quello indigeno stanziato nelle aree interne della Basilicata sud-occidentale.
Le risorse naturalistiche
La Valle del Noce è un ambiente molto ricco sotto il profilo naturalistico, come testimoniano le quatto Zone Speciali di Conservazione presenti oltre all’area inclusa nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano nel Massiccio del Sirino e, marginalmente, nel Parco Nazionale del Pollino nel versante occidentale di Monte la Spina. Le ZSC sono: Monte Sirino, Bosco Mangarrone, Monte Coccovello-Monte Crivo-Monte Crive, Valle del Noce.
Le formazioni vegetali che si riscontrano all’interno del territorio in esame variano dalle componenti più termofile, quali leccete e praterie aride mediterranee, fino a quelle più mesofile rappresentate nei comparti più freschi dalle faggete. Ad aumentare la diversità ambientale concorre poi la complessità geologica del territorio, per cui all’interno del sito vi sono sia fitocenosi tipicamente calcaree che fitocenosi acidofile come i cedui di castagno di Trecchina e Rivello.
In alcune aree (es. Bosco Mangarrone) si osservano particolari condizioni microclimatiche che favoriscono la presenza di boschi mesofili di faggio anche a quote relativamente basse che entrano in contatto con la lecceta e con il querceto deciduo. Espressione della diversità di ambienti e di condizioni è una flora di notevole interesse per la presenza di specie rare, endemiche, relittuali: tra le più rappresentative è la Vicia serinica, endemismo puntiforme di cui rimangono poche popolazioni nel Massiccio del Sirino.
La fauna
L’areale della Valle del Noce è influenzato dalle comunità faunistiche dei Parchi Nazionali confinanti del Cilento VDA, dell’Appennino Lucano e del Pollino e garantisce gli scambi genetici tra le popolazioni ospitate in questo vasto sistema di aree protette. La variabilità ambientale trova riscontro in una buona diversità faunistica.
Gli ecosistemi acquatici sono ricchi di anfibi e crostacei. Tra gli anfibi occorre ricordare la presenza diffusa del tritone italiano, dell’ululone dal ventre giallo e della salamandrina dagli occhiali. I crostacei più importanti sono il granchio ed il gambero che insieme alla fauna ittica del Fiume Noce rappresentano fonte alimentare per la lontra. Il fiume e gli ambienti umidi della Valle rappresentano habitat ideali per diverse specie di uccelli sia stanziali che migratori quali l’airone cenerino, la garzetta, la Spatola ed il Cavaliere d’Italia. Gli ambienti aperti in quota, oltre i 1500 metri nel Massiccio del Sirino e di Monte La Spina sono il dominio dei grandi uccelli rapaci che vedono da qualche anno il ritorno di individui erratici di aquila reale, la presenza stabile del falco pellegrino e del corvo imperiale. Poco più in basso, in boschi vetusti è segnalata anche la presenza del Gufo Reale, mentre nelle zone collinari sono particolarmente abbondanti il Nibbio reale, e la Poiana. Tra i rettili sono presenti la testuggine d’acqua e la rara testuggine di Hermann di terra, il cervone, il Saettone e la vipera. Sui prati di alta quota si possono incontrare la luscengola e l’orbettino. I variegati ambienti terrestri sono il regno di numerose specie di piccoli e rari mammiferi carnivori come la puzzola ed il gatto selvatico, il lupo (il predatore terrestre al vertice della piramide alimentare) e il cinghiale. I prati montani e pedemontani, oltre a offrire rifugio all’istrice, la lepre europea e la volpe. Tra gli Insetti è degna di nota la presenza di rosalia alpina un coleottero che con la sua vivace colorazione fa percepire la propria presenza nelle foreste di faggio più mature lungo l’intera dorsale montana.
LA VALLE DEL SINNI
Il territorio
Il bacino del fiume Sinni, con una superficie di 1360 Kmq, presenta caratteri morfologici prevalenti da montuosi a collinari ed ha quota media di 687 m s.l.m. Le aree pianeggianti si collocano in prossimità del litorale jonico (Piana di Metaponto) e in prossimità dell’alveo del fiume Sinni e dei suoi affluenti principali. I rilievi montuosi contraddistinti da quote maggiori sono localizzati lungo il margine occidentale e sud-occidentale del bacino ovvero nei Parchi Nazionali dell’Appennino Lucano e del Pollino. Le cime più elevate del margine nordoccidentale sono Monte Alpi (1892), il Monte Papa ( 2005) e Madonna di Sirino (1906) nel Massiccio del Sirino, Monte La Spina (1649 e Monte Zaccana (1579); lungo il margine sud-occidentale del bacino le quote maggiori sono raggiunte a Serra del Prete (2186), Monte Pollino (2278), Serra delle Ciavole (2127) e Serra Dolcedorme (2267). I Capoluoghi di comune che insistono nel bacino sono: Calvera, Carbone, Castronuovo di Sant’Andrea, Cersosimo, Chiaromonte, Colobraro, Episcopia, Latronico, Fardella, Francavilla in Sinni, Noepoli, Policoro, Rotondella, San Costantino Albanese, San Giorgio Lucano, San Paolo Albanese, San Severino Lucano, Senise, Teana, Terranova di Pollino, Tursi, Valsinni; i territori comunali che insistono sul bacino sono 46.
Geomorfologia e idrografia
Il bacino del fiume Sinni, con una superficie di 1360 Kmq, presenta caratteri morfologici prevalenti da montuosi a collinari ed ha quota media di 687 m s.l.m. Le aree pianeggianti si collocano in prossimità del litorale jonico (Piana di Metaponto) e in prossimità dell’alveo del fiume Sinni e dei suoi affluenti principali. Le sue sorgenti sono ubicate sulle propaggini meridionali di Serra Giumenta (1518) nel Massiccio del Sirino.
I suoi affluenti maggiori sono il Serrapotamo in sinistra idrografica; il Frido (km 25) ed il Sarmento (km 36) in destra idrografica: tutti a carattere torrenziale, tipico delle fiumare, con letto ampio, e scarsa vegetazione. I fattori che determinano la formazione delle fiumare sono tre: l’esistenza di rocce incoerenti (ghiaiose e sabbiose), la scarsa copertura vegetale e la forte acclività dei versanti.
La storia geologica del Massiccio è rilevabile nella presenza di moltissime grotte e abissi calcarei, nei piani carsici, nei circhi glaciali e nei depositi morenici. Su tutte le cime principali del bacino, dal massiccio del Pollino al massiccio del Sirino, al Monte Alpi sono presenti morfologie glaciali, con morene, circhi, massi erratici. Il letto del fiume è stato profondamente modificato nella seconda metà del secolo scorso con la costruzione delle dighe a Cogliandrino e Monte Cotugno nei pressi di Senise. Quest’ultima è la più grande diga in terra battuta d’Europa e occupa una superficie di circa 6.000 ettari.
Gli insediamenti
L’origine storica di buona parte dei 21 centri risale al medioevo. La storia antica dell’area è legata alla colonizzazione greca che con Siris (Metaponto) si concentra essenzialmente nell’area litoranea. Vale a dire che l’economia locale si sviluppava essenzialmente nella zona di pianura a Metaponto, dove vi era un gran fiorire di attività produttive e di commerci. La scelta dell’insediamento non era infatti casuale, il centro si trovava ai margini di una estesa pianura ed in prossimità della foce di un fiume navigabile quale è stato il Sinni.
La colonizzazione dell’entroterra avvenne ad opera dei greci e dei romani, che nel corso dei secoli abbatterono le fitte foreste della Lucania, introducendo via via le pratiche agricole. Il disboscamento portò con sé la nascita del dissesto idrogeologico: prese avvio il fenomeno delle fiumare, che, tra l’altro, con i ricorrenti allagamenti delle pianure le resero insalubri. In coincidenza con il declino di Roma si rese necessaria la ricerca di abitati posti in posizione di rilievo, da un lato per difendersi dalla malaria che si era andata diffondendo in pianura con la nascita delle paludi, dall’altro anche per facilitare la difesa da possibili incursioni, come quelle dei pirati saraceni dall’anno mille in poi. Per tale ragione furono erette in corrispondenza di ogni valle abitata, sul mare, torri di avvistamento, che avevano il compito di segnalare la presenza di navi di predoni al largo della costa. Una buona parte di esse sono esistenti ed anche in buono stato di conservazione.
La colonizzazione dell’entroterra fu graduale e continuò per tutto il medioevo fino al XV-XVI secolo, quando si realizzarono gli ultimi insediamenti nelle zone più interne e più povere, che divennero essenzialmente centri pastorali. Questo è ad esempio la storia di Terranova del Pollino, uno dei centri più interni del parco, la cui origine si fa risalire al 1500. Ma anche la storia delle comunità albanesi di Lucania. A seguito dell’invasione turca dell’Albania arrivarono in Italia diverse ondate di profughi albanesi, i quali trovarono in alcune occasioni occupazione come soldati di ventura, mentre in altre furono accolti da feudatari che permisero loro di insediarsi nelle aree non ancora occupate.
In quest’ultimo secolo, come si dirà anche nelle prossime pagine, è in corso un fenomeno del tutto inverso a quello avvenuto dopo la colonizzazione Romana, vale a dire l’abbandono dei centri di montagna a favore della pianura. I motivi dello spopolamento della montagna sono evidenti, dalle difficili comunicazioni alla scarsa produttività dell’agricoltura.
Le risorse naturalistiche
L’ambiente naturale di questo territorio è da sempre ricordato per la ricchezza di risorse: le alte vette, l’influsso benefico del mare e la limitata antropizzazione del territorio hanno favorito la creazione e conservazione di ecosistemi altamente diversificati.
La vegetazione
Eccezion fatta per la presenza dell’abete bianco e del pino loricato, la vegetazione della Valle del Sinni sia nel territorio compreso nel parco Nazionale dell’Appennino Lucano (Massiccio del Sirino) che in quello molto più vasto compreso nel parco Nazionale del pollino presentano caratteristiche piuttosto simili. Il Pino Loricato è presente diffusamente sul massiccio del Pollino, al Monte La Spina e al Monte Alpi.
La flora è ricca di diversità, che trovano alle diverse fasce altitudinali specifiche associazioni vegetazionali. Assolutamente degna di nota è la Peonia peregrina.
In generale si rileva l’importanza, per estensione, dei boschi. Le foreste dominano spesso le quote superiori ai 900/1000 metri, limite che con l’abbandono dell’agricoltura di montagna sta via via scendendo. Molti terreni, che fino a pochi anni fa erano ancora coltivati, sono in via di riconversione verso il bosco. In molti casi ci si trova attualmente di fronte alla prima colonizzazione da parte di arbusti e essenze forestali rustiche, che con il tempo, man mano che lo stesso suolo si arricchirà, è pensabile che possano essere sostituite con essenze di maggiore pregio.
La vegetazione, come si è accennato, può classificarsi in base alle fasce altitudinali, a cui si associano diversi microclimi: fascia mediterranea (fino ai 700/800 metri di quota; fascia sopramediterranea, fino ai 1.100 m.s.l.m.; fascia altomontana, oltre i 2000 m.s.l.m.
La fascia mediterranea è dominata dalla macchia. All’origine le basse quote erano ricoperte di leccete ad alto fusto, che con il tempo, per via della pressione antropica sono state abbattute per far posto alle coltivazioni. In generale la macchia rimane ai margini dei terreni coltivati, molto spesso sui costoni impervi delle montagne e nelle scarpate stradali.
La fascia sopramediterranea è dominata da diversi tipi di quercia a seconda del microclima e della selezione operata nel tempo dall’uomo; le varietà più diffuse sono: roverella, cerro e farnetto. La quercia si trova spesso associata con altre latifoglie decidue come l’acero, il frassino ed il carpino. Nelle aree di maggiore umidità e di favorevoli condizioni del suolo, in passato la quercia è stata sostituita dal castagno, che tuttora è presente sia sotto forma di alto fusto (essenzialmente per la raccolta dei frutti), sia sotto forma di ceduo per la produzione di legname.
La fascia montana è caratterizzata dalla presenza del faggio, specie molto diffusa nelle montagne dell’Appennino, sia da sola che in popolamenti misti. Nelle fasce più basse il faggio si associa spesso con alcune querce, come il cerro ed il frainetto; alle quote più alte lo si trova insieme all’abete bianco, come alle pendici di Serra di Crispo. In questa fascia si trovano i primi popolamenti di pino loricato (Pinus leucodermis, una varietà endemica delle regioni balcaniche, arrivata nell’area nel corso dell’ultima glaciazione, con il restringimento del Mare Ionio) che, soprattutto nella parte centrale del Massiccio, caratterizzano la fascia alto montana. Il pino loricato è relegato ai margini, dove il faggio non riesce a vegetare per condizioni pedo-climatiche particolari: clima rigido, suolo brullo e povero di micro-elementi. Stazioni importanti di pino loricato si trovano, sempre nel Parco Nazionale del Pollino, sul Monte La Spina e sul Monte Alpi.
La fascia alto montana, sopra i 2000 metri è limitata sempre al cuore del Pollino e si caratterizza per la presenza del pino loricato, diffuso in modo sparso e mai in boschi fitti, come accade ai faggi. I Piani del Pollino, ai margini dei 2000 metri, sono praterie di alta quota ricche di diversità biologica, tuttavia selezionate dall’uomo, che da sempre frequenta l’area per il pascolo estivo del bestiame.
La fauna
La fauna del parco, in generale, non si distingue da quella del resto dell’Appennino meridionale.
Questo territorio estremamente articolato presenta è il luogo ideale per il lupo (il predatore terrestre al vertice della piramide alimentare), il cinghiale e il cervo; sono numerose le specie di piccoli e rari mammiferi carnivori come la puzzola ed il gatto selvatico, I prati montani e pedemontani, oltre a offrire rifugio all’istrice, la lepre europea e la volpe. Gli ecosistemi acquatici sono ricchi di anfibi e crostacei. È diffusa la presenza del tritone italiano, dell’ululone dal ventre giallo e della salamandrina dagli occhiali. I crostacei più importanti sono il granchio ed il gambero che insieme alla fauna ittica anche sul Fiume Sinni sono fonte alimentare per la lontra. Il fiume, gli ambienti umidi e gli invasi della Valle rappresentano habitat ideali per diverse specie di uccelli sia stanziali che migratori quali nibbio reale, poiana, falchi, ballerina gialla, volpoche, svassi maggiori, garzette, germano reale, folaghe, upupa, gallinella d’acqua, cormorani, aironi, fischioni, occhione, monachella, lanario, sterpazzola di Sardegna, storno. Gli ambienti aperti in quota, oltre i 1500 metri nel Massiccio del Pollino sono il dominio dei grandi uccelli rapaci con l’aquila reale, il falco pellegrino e il corvo imperiale. Nelle faggete più importanti è segnalata la presenza del gufo reale e del picchio nero, mentre nelle zone di valle non è difficile scorgere il nibbio reale, e la poiana. Tra i rettili sono presenti la testuggine d’acqua e la rara testuggine di Hermann di terra, il cervone, il saettone e la vipera, la luscengola e l’orbettino. Tra gli insetti si segnala la presenza di Rosalia alpina e del Buprestis splendens, un coleottero la cui presenza è legata al pino loricato dove le larve possono sopravvivere per decenni.
Ricoperta da boschi e solcata dal fiume Frido che nasce tra i pini loricati di Serra delle Ciavole a 1950 m., la valle del Frido è una delle valli più suggestive del Parco Nazionale del Pollino di cui ne rappresenta il cuore. San Severino Lucano è il centro abitato di rilievo situato in una bella posizione panoramica. In perfetta armonia con l’ambiente circostante sono le frazioni, disseminate nella valle, tra cui Mezzana, caratteristico borgo montano, luogo di partenza per le escursioni nel cuore del parco verso le cime più alte del Massiccio, Cropani ai margini del grande e fiabesco Bosco Magnano dove confluiscono le acque del Frido con il Peschiera, Villaneto e Mancini borghi rurali dediti all’agricoltura e alla pastorizia, e ancora il piccolo borgo immerso tra i pioppi di Conocchielle e di Voscari e Varco. I borghi sono situati ai piedi del Monte Madonna di Pollino che ospita il Santuario della Madonna del Pollino, meta di pellegrinaggio di tutte le comunità del Parco. Usi e tradizioni secolari che affondano nella cultura dei pastori e dei contadini, sopravvivono tramandati da generazione in generazione, rendendo quest’ambiente, unico e prezioso.
I Comuni della Valle Del Frido: San Severino Lucano
La Valle del Sarmento
La Valle del Sarmento si estende ad Oriente del massiccio montuoso del Pollino, nasce dalle foreste di faggi e abete bianco nel versante settentrionale di Serra di Crispo; qualche chilometro prima di San Costantino Albanese si allunga fino ai boschi mediterranei di San Giorgio Lucano, Noepoli e Cersosimo. La valle è caratterizzata da singolari identità culturali. Le piccole comunità di San Paolo e San Costantino Albanese sono Arbereshe, ovvero comunità italo-albanesi. Gli albanesi della città di Korone, nel 1532/1534 minacciati dai turchi, lasciarono la patria per sbarcare in Italia, dirigendosi poi in Puglia, Lucania e Calabria, ripopolando o fondando nuove comunità. Attualmente, a distanza di cinque secoli, si parla la lingua albanese, si conservano i costumi e i riti religiosi greco-bizantini.Il comune di Terranova di Pollino situato a 926 metri s.l.m., il più alto tra quelli limitrofi, è denominato “città della zampogna” per la sua antica tradizione musicale. La pittoresca frazione Casa del Conte è punto di partenza per escursioni verso le cime più alte del Massiccio (Serra di Crispo, Serra delle Ciavole, Serra Dolcedorme, Monte Pollino.
I Comuni della Valle Del Sarmento: Terranova, San Costantino Albanese, San Paolo Albanese, Noepoli, Cersosimo
La Valle del Serrapotamo
La Valle del Serrapotamo si trova parallela a quella del Sinni e si distende dal Monte Alpi a Senise dove a sua volta confluisce nel fiume Sinni. Gli altri territori compresi in questa vallata sono quelli di Teana, Calvera, Carbone, Fardella e Castronuovo di Sant’Andrea, i quali sono segnati dagli affluenti ruscelli che trapassano i presenti piani collinari che si alternano con la fitta boscaglia di quercia. Questo paesaggio agreste è alternato da formazioni calanchive. La parte più alta della Vallata è il Bosco Vaccarizzo, di grande valore botanico per le sue innumerevoli specie di vegetazione.
I Comuni della Valle Del Serrapotamo: Carbone, Calvera, Teana, Senise, Fardella, Castronuovo Sant’Andrea.
L’archeologia ha certamente un ruolo molto importante per una completa visione d’insieme di questo territorio che presenta importanti testimonianze enotrie, greche, lucane e romane.
Maratea
Le aree archeologiche
Il territorio di Maratea presenta diversi siti archeologici che dimostrano una notevole frequentazione già dal Paleolitico: le prime testimonianze risalgono infatti al Paleolitico medio, tra i 120 e i 30 mila anni fa. Nel 1957 il paleontologo Vincenzo Fusco, della università Governativa di Milano, intraprese delle ricerche lungo la costiera tirrenica lucana. A lui si deve la scoperta di un insediamento neandertaliano nelle grotte presso la spiaggia di Fiumicello. Lo studioso rinvenne alcuni raschiatoi musteriani, ossia antichi utensili di pietra, rozzamente lavorati nella selce, conservatisi miracolosamente lungo i millenni grazie alla sedimentazione di materiale roccioso.
A Capo La Timpa, circa trent’anni dopo, fu portato alla luce un importantissimo sito archeologico di epoca proto-storica, sparso su alcuni dei terrazzamenti del promontorio che guardano verso sud: un modesto villaggio di capanne, vissuto, a più riprese, tra il XVI-XV e l’inizio del II secolo a. C.
L’unica testimonianza diretta, finora, di presenza lucana sul territorio di Maratea, è la piccola masseria o fattoria ritrovata, casualmente, presso le case di Massa. Abitato fino alla prima età imperiale romana, il piccolo insediamento aveva una fornace, di cui sono state ritrovate alcune produzioni in ceramica. Presso la Secca di Castrocucco gli archeologi hanno rinvenuto la base della struttura, con quattro stanze e alcune vasche per l’allevamento ittico di epoca romana. Sempre a Castrocucco un rinvenimento casuale portò alla luce una necropoli pagana, utilizzata per la sepoltura dei morti durante il III e il II secolo a. C.
Il sito archeologico più importante è a tutt’oggi quello dell’Isolotto di Santo Janni dove si trovava un importante allevamento ittico. Sul fianco meridionale dell’isolotto, gli archeologi hanno rinvenuto sette vasche quadrangolari, lavorate in cocciopesto e pietre di mare, destinate alla produzione di garum, salsa di pesce molto pregiata. Per la sua posizione, l’isola era sia centro di produzione che di smercio. Nei fondali intorno ad essa, infatti, decine e decine di ceppi d’àncora ed anfore romane sono stati ripescati, in viarie campagne di ricerca, facendo così diventare lo specchio di mare intorno a Santo Janni il giacimento archeologico di epoca romana esplorato più grande del Mediterraneo. Per accogliere le ancore romane e altro importante materiale archeologico recuperato a maratea durante le numerose campagne di scavo realizzate sul territorio comunale è in corso di progettazione una infrastruttura museale presso il l’ex Convento dei Cappuccini.
Rivello
Le aree archeologiche
Ad attirare l’attenzione degli archeologi moderni sulla collina che i rivellesi chiamano da sempre ” La Città “, e che già vari autori del Sette-Ottocento avevano citato come luogo di ritrovamento di materiali antichi, fu Paola Zancani Montuoro, nel 1949. Partendo da un passo di Plinio, nel quale lo storico menzionava tra le popolazioni della Lucania interna i Sirini, la studiosa osservava che il toponimo Sirino ricorreva all’area circostante Rivello (applicato al massiccio montuoso e ad un piccolo lago), e – dopo una ricognizione che l’aveva portata anche sulla collina della Serra — vi individuava le tracce di un insediamento antico. Proponeva perciò di attribuire una serie di monete arcaiche con l’immagine del toro retrospiciente, anziché alla colonia greca dì Siris, a due centri indigeni, Sirinos e Pixus (da localizzare rispettivamente presso Rivello ed a Policastro Bussentino), legati in un’alleanza politico-economica sotto l’egida di Sibari, come indicato dal tipo monetale. Le proposte della Zancani hanno suscitato lunghe discussioni, non del tutto terminate: ma – per quanto non si possa affermare inequivocabilmente che l’abitato sulla Serra si chiamasse Sirinos – i dati archeologici forniti dalla ricerca di scavo (che è iniziata in modo sistematico a partire dal 1980, e prosegue tuttora), tendono a convalidare le ipotesi della studiosa. L’insediamento esiste infatti già nella seconda metà del VI secolo a. C., ed in seguito (tra il V e il IV secolo) assume anche una forma organizzata, dotandosi tra l’altro di una fortificazione che cinge la sommità della collina; è scoperta recentissima che la vita continui anche per tutto il III secolo a. C., quando ormai la Lucania è entrata nell’orbita di Roma.
La collina presenta una forma allungata ed articolata in dossi, e si protende verso la valle in cui scorre il fiume Noce; il suo asse longitudinale è costituito da una strada che ricalca in buona parte un percorso antico, ricollegandosi sia con la viabilità di fondovalle sia con il tracciato a monte che in età romana si chiamerà via Popilia.
La parte centrale e più alta della Serra assume la fisionomia di un’acropoli fortificata, con abitazioni disposte su terrazzamenti naturali o artificiali; della cinta muraria, spessa poco meno di due metri, è stato messo in luce il tratto che difendeva le pendici occidentali, affacciate sulla valle del Noce. Della struttura sopravvive la parte di base, in blocchetti di pietra locale non squadrata; l’alzato era probabilmente in mattoni di argilla cruda, protetti da tegoloni in terracotta.
Alcune costruzioni individuate nella parte sud della collina sono, alla luce delle ricerche più recenti, da interpretare come un insediamento artigianale, dedito alla produzione di ceramica ed oggetti vari in terracotta, e separato dall’abitato per tenere lontani i fumi delle fornaci.
Al di fuori dell’abitato erano naturalmente anche le necropoli, poste sia a Nord che a Sud, dove il rituale usato per il seppellimento e i materiali dei corredi funerari segnalano la presenza originaria di indigeni (i cosiddetti “enotri”), ai quali si uniscono progressivamente i Lucani.
Oltre alla Serra, sono da ricordare due altri siti importanti per l’archeologia del territorio rivellese: Colla e Pignataro. Il primo, ai piedi della collina, ospitava un piccolo santuario dedicato ad una divinità femminile, mentre nel secondo, a Sovereto, si esercitava nuovamente un’intensa attività artigianale, con una produzione simile a quella del nucleo già menzionato, ma su scala assai più vasta.
Le strutture museali
Presso il complesso di S. Antonio è allestita l’ esposizione permanente dal titolo “Greci e indigeni tra Noce e Lao” che illustra come, a partire dall’età arcaica, si siano impostati e sviluppati nel Lagonegrese i rapporti commerciali e culturali tra i Greci (intesi in senso proprio, oppure come abitanti delle colonie greche sulla costa) e quello indigeno stanziato nelle aree interne della Basilicata sud-occidentale.
L’esposizione si articola in tre parti: nella prima, su basi esclusivamente documentarie, è mostrato l’assetto antico del Lagonegrese nelle varie epoche; nella seconda, attraverso una selezione dei molti reperti rinvenuti (soprattutto in territorio di Rivello), si traccia un quadro della conca del Noce tra VI e III secolo a. C., mentre nella terza sono presentate le evidenze archeologiche restituite dal non meno importante bacino del Mercure-Lao nel medesimo periodo storico. La sala 1 ospita in primo luogo i reperti provenienti da Serra la Città, divisi tra materiali di abitato e corredi sepolcrali, cui si affiancano i preziosi monili da una tomba ritrovata presso Lauria; seguono una selezione di materiali prodotti a Pignataro ed altri corredi di tombe del territorio. La sala 2 è interamente dedicata ai molti doni votivi offerti al santuario di Colla: ceramiche, statuine in terracotta, gioielli, monete, e persino oggetti di uso domestico. Nella sala 3 troviamo invece oggetti provenienti da scavi, sia di abitato che di tombe, eseguiti nella conca di Castelluccio, e soprattutto nei rispettivi territori comunali, che ne confermano l’importanza avuta nell’antichità, soprattutto per i legami con la colonizzazione achea.
Latronico
Le aree archeologiche
Le grotte di Latronico costituiscono un caposaldo per la conoscenza della preistoria in Italia Meridionale. Si tratta di quattro cavità, chiamate dagli specialisti “L1 la grotta grande, L2, L3, L4. Le esplorazioni cominciarono agli inizi del secolo ad opera dell’allora Direttore del museo provinciale di potenza, Vittorio Di Cicco, e di Ugo Rellini, eminente Paletnologo del tempo.
Le loro indagini, condotte con metodo di scavo teso solo al recupero di “bel materiale”, stabilirono, che si trattava di un luogo di culto legato alle acque sulfuree. Le ricerche furono poi trascurate, la strada provinciale n.57 aveva sventrato parte delle grotte.
Gli scavi sistematici, eseguiti con un nuovo metodo detto “strategico”, ripresero fra gli anni ’70 e ’90, ad opera della Soprintendenza e dell’Università di Pisa, è stato possibile stabilire che le cavità erano abitate fin dal Mesolitico (800 a. C. ) e che sono state abbandonate dopo il 1200 a.C. (Eneolitico).
Il complesso è visibile in contrada Calda. Il territorio di Latronico viene rioccupato nell’età del ferro, tra il VII e V secolo, da gruppi indigeni di stirpe Enotria che praticano agricoltura e pastorizia, stanziandosi sulla vasta area di Colle dei Greci.
Le ricerche hanno messo in luce alcune aree di necropoli più consistenti quelle risalenti al V secolo, segno di un incremento demografico. Per ora nessuna traccia di abitato, ciò a causa della preliminarietà delle ricerche. I reperti sono conservati in parte nel Museo di Policoro, parte nel Museo Civico di Latronico.
In località Solarino di Iannazzo è visibile la sagoma di un pesce fossile risalente a 30 milioni di anni fa.
Le strutture museali
Il Museo Civico Archeologico, inaugurato nel 1996, consta di quattro sale, di cui due espositive. Dopo l’ingresso, nella sala di sinistra sono esposti i reperti messi in luce durante gli scavi delle grotte: ceramica, ossa, industria litica, strumenti in selce. L’esposizione è corredata da precise ed esaurienti didascalie, pannelli luminosi esplicativi e fotografie. La sala di destra espone reperti provenienti dalle sepolture di Colle dei Greci; in una vetrina lo scheletro restaurato con i reperti così come si presentavano al momento del ritrovamento. Pannelli esplicativi e foto luminose contestualizzano i reperti esposti. La stessa struttura ospita due sale dedicate alla Civiltà contadina.
Chiaromonte
Le aree archeologiche
Frequentazioni antiche di gruppi umani in questa località sono testimoniate da ricche necropoli disseminate in varie aree del paese: Serrone, Tuvolo, Spirito Santo, S. Pasquale e Sotto la Croce. Le sepolture evidenziano che l’aera è stata frequentata in maniera stabile, fin dal IX – VIII sec. a.C. da parte di gruppi indigeni Enotri. Fino al I sec. a.C. i livelli di vita sono continui: i corredi tombali dimostrano che gli indigeni subiscono progressivamente l’influenza dei Greci, dei Lucani, dei Romani, per poi entrare nel Medioevo. Si notano incrementi e decrementi demografici, testimonianze di rapporti commerciali anche con gli Etruschi. Oltre alle necropoli, è stata messa in luce un’area sacra dedicata ad una divinità femminile, ancora in corso di studio, per cui non aperta al pubblico. Le aree di abitazione sono state individuate, ma nessuno scavo le ha ancora messe in luce.
I reperti relativi alle aree di necropoli ed all’area sacra si trovano al Museo della Siritide di Poliporo: alcuni sono esposti, altri sono in Mostra in varie città europee ed extraeuropee, altri ancora sono in corso di restauro.
Museo archeoantropologico “Lodovico Nicola di Giura”
Luogo di conoscenza, di valorizzazione e fruizione di un patrimonio culturale comunitario, fondato sul connubio tra Antropologia fisica antica (archeoantropologia) e Archeologia enotria, il Museo archeoantropologico “Lodovico Nicola di Giura” è istituito e dichiarato di titolarità civica, con approvazione dello Statuto, con Deliberazione del Consiglio Comunale n. 02 del 05.01.2015.
Ubicato geograficamente nella Basilicata centro-meridionale e culturalmente nel cuore dell’Enotria, il Museo nasce con l’obiettivo di essere sede di collezioni archeoantropologiche e archeologiche e centro di ricerca interdisciplinare volti alla ricostruzione dell’evoluzione storico-antropologica delle comunità enotro-italiche di Chiaromonte e di Guardia Perticara.
Senise
Le aree archeologiche
Questa località non è mai stata oggetto di scavi; le testimonianze archeologiche riferibili a Senise ed al suo territorio sono poche, occasionali ed avvenute fuori contesto. Molti reperti sono stati recuperati dopo essere stati trafugati illegalmente, per cui anche l’incertezza sul luogo esatto di provenienza rende difficoltoso ricostruire le fasi di vita dell’area. Alcuni ritrovamenti databili tra il V millennio ed il XII sec. a.C. dimostrano che le prime frequentazioni risalgono alla Preistoria. Sono stati recuperati anche reperti risalenti al V sec. a.C., comunque fuori contesto.
Museo Etnografico
Il Museo Etnografico del Senisese nasce da una raccolta privata messa insieme a cominciare dai primi anni Ottanta del ’900 da Antonio Guerriero, restauratore di mobili e principale promotore dell’iniziativa museale. Allestito nel 2003 in alcune sale di un palazzo nobiliare del XV secolo, è dal 2009 riallestito nella nuova sede ubicata nell’ex-cantina dell’antico palazzo Fortunato, anche questo risalente al XV secolo. Definito “museo composito”, dal Comitato scientifico che ne ha curato il progetto, espone una collezione eterogenea costituita da manufatti di artigianato tradizionale di Senise, da oggetti della cultura popolare appartenenti alla prima metà del XX secolo. La collezione annovera, inoltre, raccolte di settimanali, dischi in vinile, attrezzi del lavoro contadino. L’allestimento è caratterizzato dall’impiego di lastre di lamiera e gessetti, utilizzati per i pannelli didascalici.
Noepoli
Le aree archeologiche
Le ricerche archeologiche nel territorio di Noepoli hanno indirizzato una situazione comune alla maggior parte dei paesi della media valle del Sinni. Purtroppo i risultati delle ricerche non sono stati pubblicati. È noto, comunque, che tra il IX e il V secolo a.C. vivessero anche i più piccoli gruppi di stirpe Enotria. Gli scavi hanno stabilito che le prime Comunità si fossero stanziate già dal IX – VIII secolo a.C., periodo a cui sono da attribuire alcune sepolture. La vita continua anche nei secoli a venire: le sepolture del VII, VI e V sec. a.C. mostrano la progressiva evoluzione dei gruppi indigeni. I reperti provenienti dalle sepolture si trovano presso il Museo Nazionale della Siritide, ma non sono in esposizione.
A Noepoli sono state messe in luce anche tracce dell’abitato corrispondente, situato nella parte più alta del paese.
Cersosimo
Le aree archeologiche
Le ricerche archeologiche hanno rilevato che questo centro è stato una città antica. Infatti sulla sommità del monte “Castello” c’è un altipiano con pendenza verso Ovest su cui era ubicato l’antico insediamento distante circa 1 km dall’attuale paese. Intorno a questo abitato, a questa acropoli, si ergeva una poderosa cinta muraria per un perimetro di mt 930; i resti della cinta sono visibili lungo il suo percorso, in modo particolare nei lati Sud-Est e Sud-Ovest. La fortificazione è formata da grossi blocchi parallelepipedi, ben lavorati e squadrati, disposti in file regolari e legati a secco: una tecnica simile a quella greca. I ricercatori fanno risalire questa fortificazione al VI secolo a.C., periodo in cui tali canoni costruttivi erano usati in altri centri in conseguenza dei rapporti commerciali con le colonie greche: Serra di Vaglio, Tricarico, Pomarico; Torretta di Pietragalla, Roccanova.
Le strutture museali
L’Amministrazione comunale, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Basilicata, sta realizzando un Museo didattico Multimediale e un Parco Archeologico.
L’aera destinata allo scopo si trova nella parte alta dell’abitato, ed è costituita da un fabbricato di de piani dove, al piano terra, ospiterà una mostra sulle antiche usanze ed attività Cersosimesi, sui costumi maschili e femminili del passato ed un plastico del sito archeologico, mentre al primo piano verrà installata una stazione multimediale ad attivazione sensoriale programmabile a tre canali, costituita da un prodotto audiovisivo a disegni animati della durata di circa 15 minuti, su temi concordati con gli esperti della Soprintendenza Archeologica della Basilicata.
L’edificio ospiterà la mostra dei reperti archeologici prodotti in copia quali:
- vasi ed oggetti vari da allocare in idonee vetrine;
- due manichini di guerrieri con riproduzione oggettistica;
- cavallo e cavaliere con relative guarnizioni ed armature;
- pannelli in forex per l’illustrazione e la storia del sito archeologico.
- Nei pressi della gradinata di accesso verranno disposte delle statue di altezza pari a mt 2 circa raffiguranti la Dea Atena, il Guerriero a cavallo e la dama che lo accoglie. Dette statue saranno oggetto anche della sceneggiatura che farà parte dell’installazione multimediale.
Valsinni
Le aree archeologiche
Monte Coppolo, propaggine nord-orientale del Parco Nazionale del Pollino, con i suoi 890 metri sovrasta l’abitato di Valsinni e la sottostante gola del Sinni. Qui l’ampio letto di 1.5-2 Km si restringe improvvisamente a 33 metri incassato proprio tra le cime di Monte Coppolo e Colobraro. L’alta rupe (216 m) di Timpa del Ponte, etimologicamente “luogo di passo obbligato”, sbarra questo passaggio dalla bassa alla media valle del fiume e già nell’età del bronzo faceva parte di un importante sistema di difesa. La sua funzione di difesa resterà tale anche nell’età del ferro e in età lucana (IV secolo A. C.), allorquando sulla cima del Coppolo fu edificato un imponente abitato fortificato di cui si possono ancora oggi ammirare le rovine a cui si può facilmente attraverso un bel sentiero. La città fu abitata con tutta probabilità fino al medioevo e sono ben visibili possenti blocchi squadrati. Alcuni studiosi la identificano con Lagaria città-fortezza greca. La leggenda ritiene che la fondazione sia da attribuire ad Epeo, l’inventore del famoso cavallo di Troia, di ritorno dalla mitica battaglia.
Una meta molto interessante è la villa romana di Cugno dei Vagni, una delle ville romane più imponenti rinvenute in Basilicata. Si tratta di un grande edificio che comprendeva oltre alla parte residenziale gli ambienti termali pavimentati a mosaico e alcune fontane; ospitava inoltre un’importante azienda viticola. Il sito è recintato e servito da parcheggio. Una breve passeggiata tra la macchia mediterranea e gli eucalipti consente certamente di godere di un sito archeologico ben curato e di grande fascino, con interessanti pannelli didattici.
Le Vasche di Sant’Alessio sono certamente un’altra meta significativa. Di origine romana, le vasche sono collocate a ridosso del torrente Toccacielo e testimoniano l’ingegno del popolo romano. Le sei vasche, ben curate e restaurate, si riempiono continuamente d’acqua grazie a un interessante sistema di sifoni. Nella vasca centrale l’acqua limpida e depurativa in passato era utilizzata dalle lavandaie, ma era considerata un toccasana per i malanni di qualsiasi genere. L’età della costruzione coincide con la conquista romana della Siritide strappata all’egemonia dei Tarantini. Si pensa che nell’alto medioevo qui vi fosse una “laura” di monaci basiliani.
I CASTELLI
Fu Benedetto Croce a portare alla luce la storia di Isabella Morra e Diego Sandoval de Castro, gli innamorati, che attraverso la loro struggente e drammatica storia hanno portato alla ribalta il castello di Favale in terra di Valsinni.
Il feudo dipendeva dai Sanseverino, principi di Salerno, grande famiglia con la quale i Morra vantavano comune origine normanna. Il primo feudatario di Favale fu Antonio Morra, il cui figlio, sposando Luisa Brancaccio, genera, oltre a sette fratelli, la piccola Isabella
Isabella, lettrice assidua di poeti, grande sognatrice di gloria, chiusa tra gente rozza, in quel luogo selvatico, il tetro castello la impauriva: le grandi sale erano fredde e mute, soprattutto dopo che il padre e l’amato fratello Scipione divennero esuli in Francia.
Nel bosco che circondava il castello la fanciulla dovette vivere solitaria per alcuni mesi, mentre i suoi fratelli passavano, come tutti i signori del tempo, fra cacce e banchetti.
Dal castello si scorgeva la vetta del monte di Favale, e Isabella tentò comunque di fuggirne data la sua indole petrarchesca.
Si innamorò dell’affascinante Diego Sandoval de Castro, con il quale intraprese una fitta corrispondenza.
Nella sua camera, durante la notte nel 1546, i barbari fratelli, che avevano conosciuto le intenzioni della sorella, e soprattutto di Sandoval, piombano furibondi sopra l’infelice Isabella e, a colpi di pugnale, pongono fine ai suoi miseri giorni.
Castello di Episcopia
Costruito sopra un alto sperone roccioso il castello di Episcopia domina il paese e tutta la valle sottostante.
L’originaria costruzione, probabilmente di epoca longobarda, più che un vero e proprio maniero dovette essere una residenza fortificata entro la quale alloggiavano la milizia e le scuderie.
Saraceni, bizantini, normanni, poi svevi e angioini ampliarono, modificarono e riutilizzarono le precedenti strutture.
Le varie stratificazioni sono tutt’ora leggibili sulle facciate esistenti.
Il maniero ha due torri contrapposte, differenti per epoca e tipologia, ed era munito di un ponte levatoio che ne rendevano difficile l’accesso.
La fantasia popolare ha costruito intorno al castello storie e leggende.
Alla sua ombra la popolazione ha subito angherie e soprusi, si ricordano ancora l’uso dello “ius prime noctis” e quello delle corvée, vale a dire l’obbligo di lavorare per alcuni giorni alla settimana gratis per il marchese.
Tuttavia nei secoli ha costituito anche motivo di sicurezza e difesa, come durante il brigantaggio quando consentì che in esso si richiudessero molte famiglie
Il castello detto “Ruggiero”, dal nome del celebre ammiraglio d’Aragona figlio di Riccardo di Lauria, Gran Giustiziere del Regno e zio di Manfredi di Svevia, risale al XIII secolo.
Le poche strutture ancora esistenti non permettono una puntuale ricostruzione del complesso, che doveva, però, avere dimensioni ampie: le finestre ad arco ogivale ed il tipo di murazione farebbero pensare ad una frequentazione normanna. A pianta ottagonale, con mura perimetrali di dimensioni notevoli, la costruzione si sviluppava forse su tre piani e possedeva torri laterali di cui resta ancora traccia.
L’unico accesso era dal lato orientale: restano poche tracce di una scala molto ripida ed è ancora visibile l’entrata principale fondata su roccia viva. La murazione è di tipo tradizionale in pietra locale.
Il castello di Lauria – Sulla vetta di un monte roccioso, che domina il vallone Caffaro, si ergono i resti di torri e base quadrata e di muri del castello di Lauria appartenuto a Ruggiero di Lauria, ai Sanseverino e ai duchi di Candia. La leggenda narra che in questo castello i feudatari ospitassero delle belle fanciulle alle quali insegnavano l’arte dell’amore e dello spionaggio. Le fanciulle venivano inviate ai signori che ne facevano richiesta. Non esistono, comunque, fonti che attestino questo traffico. Il castello fu anche il centro della resistenza agli attacchi francesi del generale Massena il quale, nel 1806, punì duramente Lauria che era insorta contro i transalpini.
Castello di Nova Siri
È collocato nel punto più alto del paese. Fu costruito intorno al IX secolo e fu, fino al 1806, sede di feudatari di Bollita (De Castro, Asprella, Raimondi, Crivelli). Il nome dei De Castro è rimasto famoso nella storia della letteratura per l’estro poetico del figlio Diego, il cui nome è legato a quello della poetessa di Favale (Valsinni) Isabella Morra, ambedue uccisi per una presunta relazione amorosa.
Il castello è un palazzo massiccio eretto su fondazioni naturali, con un vasto atrio senza portale ed un alto muro con feritoie sul davanti. Attualmente è adibito ad abitazioni private che hanno modificato l’originario aspetto dell’atrio. Restano solo le balconate settecentesche in ferro battuto.
ENOGASTRONOMIA
L’importanza del turismo enogastronomico, è andata progressivamente crescendo nel corso
degli anni, assumendo sempre più il ruolo di modello di fruizione turistica.
Attraverso la valorizzazione degli ambienti rurali, destinati a rappresentarne la cornice
naturale, esso propone un modo di vivere la vacanza, associandola alla visita ad aziende vinicole e
agroalimentari, con degustazione di vini, prodotti tipici e piatti locali.
Grazie a queste esperienze il turista ha l’opportunità di entrare pienamente in contatto con
la realtà del luogo.
Paesaggio e cucina sono tra gli aspetti più amati del nostro Paese a livello internazionale
e i prodotti alimentari stimolano gli acquisti soprattutto degli stranieri, tra i quali due su tre
menzionano il cibo tra le principali motivazioni del proprio viaggio in Italia.
La Basilicata è una regione che presenta diverse peculiarità enogastronomiche. La cucina
tradizionale lucana, si basa da sempre sui semplici ingredienti del mondo contadino, riuscendo a
conservarne nel tempo gusti e sapori.
MARATEA E LA VALLE DEL NOCE
Pane e biscotti di qualità sono legati tradizionalmente al comune di Trecchina, con la presenza di numerosi panifici, alcuni dei quali attrezzati per la produzione di grossi quantitativi e dotati di ampie reti commerciali e di distribuzione. Trecchina rappresenta un centro strategico anche per la produzione di prelibatezze a base di castagna. L’ormai ultra ventennale sagra è diventata un riferimento del settore, affermandosi come il più importante evento gastronomico del territorio, durante il quale la cittadina registra numeri importanti di arrivi e presenze e i visitatori possono gustare pasta, miele, liquore, dolci, gelato, birra, tutti a base di castagna.
Da alcuni anni l’ALSIA (Agenzia lucana di sviluppo e di innovazione in agricoltura) e l’Università degli Studi di Basilicata collaborano nella ricerca dei castagneti in migliore stato di conservazione della zona, recuperando e praticando tecniche di innesto che consentiranno di ottenere prodotti ancora migliori.
Anche i dolci alle noci sono una specialità culinaria della zona di Trecchina e Maratea.
Preparati in modo artigianale, uniscono al dolce dello zucchero il gusto un po’ amarognolo delle noci. Le noci sono anche la base per la produzione locale di un ottimo digestivo. Sempre in tema di liquori, a Maratea, si producono il liquore all’alloro e il Rosolio Marathia, un infuso di miele, olio di rosa e aromi vari in alcool, nato come digestivo ma ottimo anche come aperitivo. Dal 21 giugno 2016, grazie al lavoro di valorizzazione promosso dall’ALSIA, alcuni prodotti tipici di Maratea si sono aggiunti all’elenco della Regione Basilicata dei PAT, i “Prodotti Agroalimentari Tradizionali”
riconosciuti dal dipartimento regionale per l’Agricoltura e dal Ministero: Alici salate, Aliciocculi salate, Caciocavallo di massa, Capperi sotto sale, Carruba, Garum (salsa di pesce), Gilò (una particolare melanzana), Pomodoro costoluto, Trecce di massa. Tra gli altri prodotti del territorio già inseriti nell’elenco si segnalano l’Anginetto, il Pizzetto, il Viscuttino e il Viscutto a’ gotto di Lauria, la Polenta di Nemoli e, ovviamente, il Pane di Trecchina e la Soperzata di Rivello. Nemoli, Rivello, Lauria e Lagonegro sono anche tra le aree di produzione del rinomato Canestrato di Moliterno Dop, formaggio da tavola ovicaprino a pasta dura, leggermente piccante e ottimo anche da grattugiare quando è stagionato.
(Testo tratto da “Sistema Turistico della Valle del Noce” – CKassociati per conto del Comune di Maratea – 2016)
Il racconto della gastronomia della Valle non può iniziare che dal gustosissimo Peperone di Senise celebrato in agosto con una grande sagra.
Espressione di una cucina tradizionale e di una evoluzione nel tempo in perfetto equilibrio con l’ambiente, il Peperone di Senise è tra le più note specialità lucane. Il suo legame con il territorio, la coltivazione che avviene ancora oggi con metodi naturali e le caratteristiche di assoluta tipicità ne hanno fatto un prodotto riconosciuto a livello europeo, tanto da meritare il marchio Igp (Indicazione geografica protetta) dal 1996. Elemento prioritario nella cucina contadina lucana, può avere forma appuntita (prevalente) a tronco o a uncino, ed è lungo circa 10-15 centimetri, con la buccia verde o rossa. È prodotto a Senise e in altri dodici paesi siti sui promontori che dominano le valli del fiume Sinni e del suo affluente Serrapotamo. Seminato tra febbraio e marzo e trapiantato a maggio, si raccoglie in piena estate, nella prima quindicina d’agosto.
Nei comuni di Chiaromonte, Calvera, Fardella e Teana si produce il Mischiglio, una sorta di summa delle paste tradizionali; pare che il mischiglio fosse utilizzato dai nobili locali per il pasto delle feste comandate, ancora prima dell’unità d’Italia. Si ottiene con una farina composta originariamente da ceci, orzo, semola di grano duro e fave, con l’aggiunta successiva di un quinto elemento, l’avena. Questo composto, origina due tipi di pasta: rascatieddi e strascinati lunghi, detti anche tapparelle, conditi con cacioricotta e peperoni secchi a scaglie, secondo una ricetta che ancora oggi molti ristoratori del parco servono, preparata con modalità tradizionali o rielaborata in chiave moderna. La particolarità del prodotto, che lo rende tipico, è che i legumi vengono inseriti direttamente nell’impasto.
A Latronico bisogna assaggiare il tipico biscotto a otto e u’zuzumagliu, prodotti tradizionali da forno. Il primo dalla forma a otto di colore bianco, liscio ed elastico, dal sapore gustoso e croccante, viene prodotto con farina di frumento tenero “carosella”; il secondo invece di colore scuro, la cui pasta risulta ruvida, ha un sapore intenso e gustoso e viene prodotto con farina di segale. Ottimi sono anche i formaggi.
Nella Valle del Frido, a San Severin Lucano, è prodotta la tipica patata bianca, tubero non farinoso, adatto a molteplici preparazioni. In cucina sono esaltati i piatti della cultura contadina lucana con i “rascatieddi” (orecchiette fatte a mano), le “lagane e fasul” , tagliatelle e fagioli, la “pasta ca muddrica”, pasta fatta a mano con mollica di pane agli aromi, i “rucculi”, pasta fatta a mano realizzata con “u firriett’; gustose sono le carni ottenute da animali cresciuti nei pascoli dei pianori del Pollino, come il capretto al forno o gli agnelli e i vitelli alla brace; tipiche le “mazzacorde” (interiora con aglio, prezzemolo e peperoncino), o il “suffritto” (fegato e interiora varie al sugo); rinomati i formaggi come il pecorino, il caciocavallo, la ricotta fresca, o il “caso quagghino”. Una particolare menzione spetta al pane di patata, inserito tra i prodotti tradizionali della Basilicata: è preparato con farina di grano tenero varietà Carosella, patata bianca di San Severino (varietà “Marca o Paesana”), acqua e lievito naturale. Da assaggiare anche i vini locali.
Nalla Valle del Sarmento, le antiche tradizioni con riti religiosi e feste molto emozionanti delle comunità arbëreshë di San Paolo Albanese e San Costantino Albanese che si fronteggiano su due sponde opposte della valle del Sarmento trovano eco anche in cucina, con numerosi piatti tipici preparati con prodotti genuini. Immancabile a tavola è la pasta preparata in casa “firçult” , o gli “shtridhelat” gli insaccati di maiale, le “petullat” frittelle cotte su le “pllaka”, lastre di pietra e i fichi secchi con le noci. Natale è allietato da dolci casalinghi come le chiacchere “rruzetat”, le frittelline “grispelet”,gli ”qinullele” panzarotti ripieni di castagnaccio.
Anche Terranova di Pollino conserva tradizioni enogastronomiche radicate nella cultura contadina lucana che, rinnovate, trovano nell’offerta locale alcune delle eccellenze della ristorazione regionale. Tra le principali produzioni agroalimentari è la patata rossa, comune in un vasto territorio della Val Sarmento a quote superiori a 700-800 metri: è molto saporita e consistente e può essere utilizzata in un gran numero di piatti.
A San Giorgio Lucano la tradizione offre la Pu’ iata, una pietanza usata per la prima colazione, e la Pera Signora, Presidio Slow Food condiviso con i comuni di Rotondella, Nova Siri, Valsinni, San Giorgio Lucano, Colobraro, Tursi.
Anche la Bassa Valle del Sinni non manca certo di prodotti agroalimentari tradizionali a cominciare da Valsinni e Colobraro che, oltre alla già citata Pera Signora, propongono Vuccuere, Uiv mort, Ceci dell’Ave Maria, Cuumbr di Pasqua, Fef arrappet, l’Oliva a’ndoss, Pastcciott di Natale e Pitta liscia; Tursi è conosciuto per i prodotti tradizionali legati alla sua fiorente produzione frutticola: A Scorz di Tursi, Percoco di Tursi con il vino, Percoco di Tursi sciroppato, Insalata di arance a staccia di Tursi; Rotondella e Nova Siri, sulla Piana di Metaponto, hanno una grande tradizione di produzione ortofrutticola, in cui eccelle quella delle fragole, e vini. Tra le pietanze riconosciute come PAT a Rotonda si prepara U’ pastizz r’tunnar – Presidio Slow Food (Arca del Gusto), un calzone ripieno di carne, e a Nova Siri U’ Pastzzott, un calzoncello di sfoglia dolce, preparato nel periodo dell’avvento.
ARTE POLLINO
Modificando la configurazione naturale del paesaggio mediante diverse tecniche d’intervento, si mira a recuperare la sensibilità dei luoghi stravolgendo i meccanismi di percezione di massa; ciò si accompagna ad un’esigenza di produrre nuove forme immaginative dentro l’orizzonte dei fenomeni naturali, seguendo una necessità fondamentale per l’arte: inventare modi sempre nuovi di leggere i segni del paesaggio e dell’ambiente. Avendo le opere un carattere effimero data la loro matrice e agendo su un’ampia scala, la Land Art rifiuta i meccanismi di commercializzazione dell’arte da museo; rendendo l’ambiente parte integrante delle opere viene rigenerato e rafforzato il rapporto uomo-natura. Si crea un legame più diretto tra l’arte e la vita coinvolgendo la realtà oggettuale quotidiana, con una riflessione sui limiti del linguaggio artistico. In questo spirito va letto il progetto di ArtePollino che ha portato artisti di fama internazionale ad interagire con i luoghi naturali della Lucania che hanno assunto un significato antropologico e sociale.
Dal Cinema di terra di Anish Kapoor al Teatro vegetale di Giuseppe Penone fino alla giostra a strapiombo sulla collina, progettata da Carsten Holler. Il parco Nazionale del Pollino in Basilicata ospita dal 2008 vari interventi site specific di grandi artisti internazionali. Il progetto è nato per promuovere la scoperta del parco del Pollino attraverso l’arte contemporanea.
A Latronico sorge ‘Earth Cinema’ di Anish Kapoor: un taglio scavato nella terra lungo 45 metri, in cui le persone possono entrare dai due lati. All’interno una lunga feritoia permette di “vedere” il paesaggio, sentendosi parte di esso. Da San Severino Lucano si raggiunge invece ‘RB Ride’ di Carsten Höller, una giostra colorata composta da 12 navicelle con seggiolini che girano in cerchio, inclinandosi verso il suolo e facendo così ammirare dall’alto la collina. Presso la fiumara del Sarmento, Giuseppe Penone ha realizzato il suo ‘Teatro Vegetale’, un work in progress concepito dall’artista per esaltare il luogo in cui sorge e ospitare rappresentazioni teatrali. Le esperienze di arte partecipata come quelle dell’artista Anni Rapinoja, Claudia Losi, Nils-Udo e Mario Brunello hanno lasciato un segno non soltanto mediante le installazioni, ma soprattutto attraverso lo scambio dato alla cultura del luogo. Gli artisti attraverso la loro percezione hanno saputo creare un dialogo personale con la natura del luogo allargando il più possibile il campo d’azione, facendolo coincidere con la realtà stessa, sia fisica che mentale. Il linguaggio artistico in relazione con l’ambiente e in una prospettiva concettuale, va infatti oltre la dimensione fisica. Il progetto muove dalla volontà di potenziare le bellezze paesaggistiche dell’area del Pollino attraverso un valore estetico aggiunto, quello dato dall’arte contemporanea. L’anglo-indiano Anish Kapoor realizza solitamente sculture che nascono come riflessione sull’idea del vuoto, evidente da cavità che si riempiono o da materia che si svuota. Earth Cinema l’installazione realizzata a Latronico, consiste in un solco profondo lungo 45 metri dal colore bianco puro accessibile da ambo i lati. All’interno un’apertura ampia 7m sul sottosuolo consente ai visitatori di sentirsi parte del paesaggio. Kapoor, attraverso uno schermo da cui guardare il suolo, invita ad avere una visione interna e partecipata della natura. Il tedesco Carsten Holler utilizza l’arte come strumento cognitivo per alterare l’esperienza emotiva e sensoriale. Attraverso le sue opere dall’aspetto giocoso è in grado di mutare i tradizionali meccanismi percettivi, insinuando smarrimento ma nel contempo una partecipazione attiva data dalla chiave ludica. L’RB-Ride a San Severino Lucano di Holler prevede, attraverso l’utilizzo di una giostra con 12 gondole, una passeggiata aerea con un’inclinazione rispetto al suolo che va da un’altezza massima di 10,5m ad una minima di 3,5m. La giostra per compiere un giro completo impiega 15 minuti. Un movimento lento e quasi esasperante permette di avere punti di osservazione differenti sulla natura, proponendo un’occasione di contemplazione. L’artista con questa lentezza contraddice la funzione primaria della giostra, infatti la rotazione viene rallentata per negare la forza centrifuga, la quale avrebbe scaturito euforia ed eccitazione. Un giro così allentato provoca una maggiore instabilità ed irrequietezza rispetto alle solite giostre, offrendo però la possibilità di osservare il paesaggio circostante secondo un’ottica insolita. Il Nature Theatre di Giuseppe Penone in località Noepoli è uno spazio in cui la natura diventa teatro di sé stessa senza alcun intervento invasivo. L’installazione è realizzata interamente attraverso l’utilizzo di elementi presenti in natura (cespugli, pietre, acqua) sistemati per organizzare e delimitare gli spazi. Con Penone, tra gli esponenti di spicco dell’Arte Povera, il processo di concepimento e formazione costituiscono parte integrante dell’opera. Quest’opera è stata concepita per valorizzare il luogo in cui si trova, il fiume Sarmento, oltre alla possibilità di ospitare spettacoli teatrali. L’artista con la sua ricerca analizza la reciprocità tra uomo e natura e i processi di trasformazione di quest’ultima. Il binomio tra arte, intesa come artificio, e natura ha sempre caratterizzato la storia dell’uomo, ma il rapporto tra uomo e natura in ambito artistico è divenuto sempre più preponderante a partire dalla fine degli anni ’60 con la Land Art. La definizione di Land Art si accompagna a diversi modi di esercitare un controllo sul paesaggio, attraverso la modificazione estetica dell’ambiente.
LA RETE INFRASTRUTTURALE LENTA
Il Basilicata Coast to Coast si sviluppa su circa 165 Km, attraversando territori molto diversi e di grande pregio naturalistico, paesaggistico e culturale. Per fissare meglio questo concetto si può fare riferimento alla classificazione ecoregionale, ufficialmente riconosciuta e sempre più utilizzata a livello di pianificazione strategica, in cui il territorio nazionale è suddiviso per ecoregioni, ovvero “ampie aree della superficie terrestre ecologicamente omogenee all’interno delle quali specie e comunità naturali interagiscono in modo discreto con i caratteri fisici dell’ambiente”. Ebbene, il cammino ne attraversa tre: 2b2b (Provincia Tirrenica, sottosezione cilentana), 1c3b (Provincia Appenninica, sottosezione Appennino Lucano), 2c2a (Provincia Adriatica, sottosezione Garganica).
Sotto il profilo della tutela ambientale in senso stretto si passa nelle ZSC di Coccovello Monte Crivo e Monte Crivo, Lago della Rotonda, Monte La Spina-Monte Zaccana, Bosco Magnano e Bosco della Farneta, nella ZPS Monte Pollino e Monte Alpi.
Che si tratti di un’area di pregio, dal grande fascino e dalle grandi prospettive per l’escursionismo e le passeggiate a piedi o in bici, lo dimostrano anche la presenza di moltissimi sentieri e altre importanti infrastrutture lente, già realizzare o in fase di progettazione: Il Sentiero Italia CAI, il Sentiero Lucano, il cammino Basiliano e La Ciclovia Lagonegro-Rotonda.
Questi percorsi sono riportati nella mappa allegata e sono brevemente descritti in seguito
Il Sentiero Italia CAI
Il Sentiero Italia (SI) è un sentiero escursionistico di lunga percorrenza lungo 7960 km che attraversa le due grandi dorsali montuose della penisola italiana (Appennini e Alpi).
L’idea originale nasce nel 1983 con l’Associazione Sentiero Italia e matura negli anni ’90 con la collaborazione del CAI come Cammina Italia. Nel 2018 le due associazioni rilanciano il rinominandolo Sentiero Italia Cai. Attualmente il percorso è suddiviso in 527 tappe, di cui 8 attraversano la Basilicata meridionale, da Colle Gaudolino, sul confine con la Calabria, al Fortino, sul confine con la Campania. Attraversa i Piani di Pollino, passa lungo il Torrente Frido, attraversa il Fiume Sinni, sale sul Monte Alpi e sul Monte Papa nel massiccio del Sirino. Ridiscende a Lago Sirino nella Valle del Noce, affianca per un tratto il corso del Fiume Noce tra Lagonegro e Rivello per poi raggiungere il Fortino. Complessivamente le 8 tappe misurano 163 Km e della loro manutenzione e segnatura si occupa la Sezione CAI di Lagonegro. La tappa n.3 San Severino Lucano-Latronico si sovrappone in parte alla Tappa n.4 del Basilicata Coast to Coast Latronico Episcopia nel tratto Monte Pelato-Monte Guariniello, in corrispondenza di Bosco Magnano. Sullo stesso tracciato si sviluppa anche l’ultima tappa del Sentiero Lucano che coincide con la tappa n.3 del Sentiero Italia.
Il Sentiero Lucano
Il Sentiero Lucano è un cammino che attraversa la Basilicata da nord a sud, da Melfi a San Severino Lucano, passando per Filiano, Lagopesole, Avigliano, Potenza, Pignola, Abriola, Calvello, Viggiano, Sarconi, Castelsaraceno e Latronico. È inserito, insieme al Basilicata Coast to Coast, tra le infrastrutture lente previste dal Piano Paesistico della Basilicata. Nel tratto Monte Pelato-Perricchio-Monte Guariniello si sovrappone al Basilicata Coast to Coast e condivide l’intero percorso della tappa San Severino Lucano-Latronico del Sentiero Italia.
Il Cammino Basiliano
Questo è in via di completamento nel tratto lucano ed è già strutturato in Calabria. Va da Lauria a Reggio Calabria, un percorso di 81 tappe e oltre 1500 chilometri di sentieri seguendo le tracce dei monaci basiliani; un itinerario di storia, arte e religione tra i monti del Pollino, Sila, Serre e Aspromonte. Le tappe lucane si sviluppano tra Lauria, Rotonda e Terranova di Pollino, attraversando dunque la Valle del Mercure. A Lauria questo tracciato incontra il Basilicata Coast to Coast dopo aver seguito diversi chilometri la Ciclovia Lagonegro–Rotonda.
La Ciclovia Lagonegro-Rotonda
Questo percorso ciclabile ricalca il vecchio tracciato della ferrovia calabro-lucana, gallerie incluse. Sono 47 km di pista per un itinerario percorribile in poche ore, per chi ha voglia di trascorrere una giornata alla scoperta di storie e luoghi bellissimi in sella alla propria bici. A tratti è utilizzato sia dal Sentiero Italia che dal Cammino Basilicata Coast to Coast e dal Cammino Basiliano. Al confine con Laino Borgo la Ciclovia Lagonegro-Rotonda si collega alla Ciclovia dei Parchi, un’altra importante infrastruttura lenta (540 chilometri tra il Parchi Nazionali del Pollino – Sila – Serre – Aspromonte) che sta vivendo una rapidissima crescita di popolarità. Dall’altra parte, sul versante campano, al confine con Casaletto Spartano si collega con la Via Silente, l’itinerario ciclabile segnalato, altrettanto popolare, di 600 chilometri nel Parco Nazionale del Cilento.



